Diario di montagna

Mondeval

Una giornata in montagna raccontata attraverso la traccia reale e le immagini dell’escursione.

Dati dell’escursione

Distanza9.61 km
Dislivello positivo+611 m
Dislivello negativo−616 m
Quota minima1968 m
Quota massima2406 m
Durata5.29 ore

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Verso Mondeval

Il nome Mondeval ha sempre un suono speciale: promette un altopiano, ma anche una soglia. Non è solo un luogo da raggiungere, è un ambiente che si lascia scoprire poco alla volta, tra prati alti, pendii dolci e quinte di roccia che chiudono l’orizzonte. Qui siamo nel gruppo dolomitico della Croda da Lago-Cernera, nel cuore del sistema Pelmo-Croda da Lago, tra la Val Fiorentina e i versanti che guardano Cortina d’Ampezzo e San Vito di Cadore. È una di quelle aree in cui il paesaggio parla piano, ma con grande autorevolezza.

La gita di oggi ha avuto il carattere delle traversate vere: non il semplice sali e scendi di una passeggiata, ma un lungo attraversamento che mette insieme distanze importanti e continui cambi di scenario. La sensazione più forte è stata proprio questa: partire da un ambiente più aperto e arrivare, passo dopo passo, a un mondo che diventa sempre più dolomitico, più inciso, più severo. Eppure, anche nei punti più aspri, Mondeval conserva sempre un’aria accogliente, quasi domestica nella vastità.

L’altopiano e i suoi confini di pietra

Mondeval è un nome che racchiude più di un semplice pianoro. Qui l’ampio catino di Mondeval de Sora si distende sotto le pareti dei Lastoi de Formin, del Monte Pelmo, del Becco di Mezzodì e delle cime del settore di Croda da Lago. L’impressione, arrivando, è quella di entrare in un anfiteatro naturale: il terreno si apre, le distanze si allargano, e il cammino cambia respiro. Non stupisce che questo luogo sia diventato così noto anche per il suo valore archeologico, legato alla sepoltura preistorica dell’Uomo di Mondeval.

Dal punto di vista escursionistico, l’itinerario regala un continuo alternarsi di letture del paesaggio. Ci sono i prati alti, i tratti erbosi e poi le zone più sassose e compatte, dove la montagna ricorda con decisione che siamo pur sempre nelle Dolomiti. Le forme del Pelmo restano spesso una presenza dominante, mentre dall’altro lato si avverte la vicinanza della Croda da Lago e della sua corona di rilievi. In un percorso così lungo, la varietà è la vera compagna di viaggio: non un unico panorama da cartolina, ma una sequenza di quadri diversi, tutti coerenti tra loro.

Tra toponimi, memoria e montagna viva

Uno degli aspetti più belli di Mondeval è che il luogo non si esaurisce nella bellezza del colpo d’occhio. Qui il toponimo porta con sé una memoria antica, e ogni valico, ogni conca e ogni pendio sembrano conservare qualcosa di questa stratificazione. Camminare in questa zona significa attraversare uno spazio che è insieme naturale e umano, modellato dal tempo geologico ma anche dalla storia di chi, molto prima di noi, ha abitato o frequentato questi alpeggi.

La giornata ha avuto il sapore delle grandi gite dolomitiche: quelle in cui non si cerca soltanto una cima, ma una relazione con l’ambiente. I pascoli alti, le pietraie, le pareti compatte e i passaggi più aperti costruiscono una successione che invita a guardarsi intorno con calma. Anche quando il sentiero impone concentrazione, il contesto resta generoso. È un paesaggio che chiede attenzione, ma ripaga con una ricchezza visiva notevole e con una forte identità di luogo.

Il ritorno con l’idea di aver attraversato un mondo

Alla fine, il bello di Mondeval è proprio questa impressione di traversata compiuta. Non si torna con la sensazione di aver soltanto “fatto un giro”, ma con quella di aver attraversato un intero frammento di Dolomiti, riconoscibile e memorabile. Il gruppo montuoso della Croda da Lago-Cernera mostra qui uno dei suoi volti più completi: dolce nei prati, deciso nelle rocce, vasto nelle prospettive.

Restano negli occhi le linee del Pelmo, le pareti dei Lastoi de Formin, l’ampiezza del catino e la bellezza di un ambiente che riesce a essere insieme grandioso e intimo. Mondeval è uno di quei nomi che, una volta vissuti sul sentiero, non sono più soltanto un toponimo: diventano una geografia personale, fatta di passaggi, di sguardi e di spazio aperto.

Fonti e approfondimenti

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